Fecondazione. Donne infertili, una cura oltre la provetta

La ‘cura’ della fertilità passa ancora una volta dalla provetta. Così, almeno, si vuol far credere. Come riporta la rivista scientifica Molecular Human Reproduction, l’équipe guidata da Evelyn Telfer dell’Università di Edimburgo ha ottenuto per la prima volta la maturazione in vitro di ovociti umani estratti da tessuto ovarico. Gli ovociti immaturi estratti sono stati coltivati attraverso un mix di sostanze con la prospettiva che in futuro possano essere utili per la fecondazione (in vitro).

Il punto di domanda però è se gli ovociti maturati in provetta siano del tutto sani. Ma il solo modo per verificarlo sarebbe fecondarli per vedere ‘cosa nasce’, pratica evidentemente inaccettabile. «Tanto più si porta a creare la vita con tecniche artificiali – avverte  Alberto Gambino,presidente dell’associazione Scienza & Vita – tanto più sullo sfondo non c’è un vero intento procreativo ma di sperimentazione ». Da non sottovalutare poi il rischio che «con questa manipolazione si perde sempre di più l’origine genetica del bambino che dovrebbe nascere».

Secondo i dati raccolti dal Registro nazionale della procreazione medicalmente assistita, nel 2015 l’infertilità femminile si attestava al 37,1 per cento, quella maschile al 29,3, l’infertilità di coppia al 17,6, quella idiopatica (di origine ignota) al 15,1, quella dovuta a un fattore genetico allo 0,9. Il ricorso alla provetta ha interessato 74.292 coppie, trattate con tecniche di Procreazione medicalmente assistita (Pma) di primo, secondo e terzo livello; i cicli di trattamento iniziati sono stati 95.110 ma solo 16.857 le gravidanze ottenute.

Eppure, i problemi legati alla fertilità femminile spesso potrebbero essere risolti in modo definitivo attraverso un percorso diagnostico e terapeutico multidisciplinare. «Gli studi di fisiopatologia della riproduzione – rimarcaAlfredo Pontecorvi, direttore dell’Istituto scientifico internazionale Paolo VI del Policlinico Gemelli di Roma – negli ultimi anni si sono rivolti esclusivamente alla comprensione di patologie che indirettamente potevano causare sterilità», come per esempio per la policistosi ovarica o l’endometriosi, «ma con interessi molto ‘miopi’, finalizzati unicamente al maggior recupero di ovociti da fertilizzare o a creare i migliori presupposti per il transfer degli embrioni».

L’approccio seguito dal team dell’Isi dimostra invece che altre strade sono possibili. «Abbiamo sperimentato nuo- ve strategie terapeutiche per la cura dell’endometriosi – racconta Pontecorvi –. Mediante metodiche di proteomica ad alta risoluzione abbiamo definito la composizione proteica del muco cervicale nelle diverse fasi del ciclo mestruale in condizioni fisiologiche e di sterilità. Stiamo identificando marcatori per la diagnosi precoce dell’endometriosi associata a infertilità. Inoltre gli studi sull’endometrio di donne infertili hanno aperto la strada per terapie innovative per l’abortività ripetuta».

I risultati conseguiti in questi anni sono stati notevoli: «In un campione di mille coppie sottoposte a trattamenti di tipo medico-farmacologico o chirurgico si è ottenuto un tasso di gravidanza del 40 per cento. Un dato decisamente superiore al 18 per cento ottenuto attraverso le tecniche di fecondazione in vitro».

L’approccio multidisciplinare, dunque, può risolvere alla radice il problema dell’infertilità. Il ricorso alle tecniche di Pma appare così come la scorciatoia più comoda. «Al giorno d’oggi – rimarca Cleonice Battista,ginecologa del Campus Bio-Medico di Roma – c’è una certa facilità anche da parte del ginecologo a ricorrere alla Pma, perché è più semplice. Se si propone una laparoscopia, un intervento chirurgico, oppure in alternativa si suggerisce di provare direttamente con la Pma la donna preferisce la tecnica artificiale. E invece bisogna approfondire l’aspetto endocrinologico, studiare l’ingranaggio che porta alla fecondazione. Tutto questo studio richiede più tempo. Ecco perché occorre educare e sensibilizzare i giovani sull’importanza della fertilità». Che va preservata, visto che è fortemente correlata all’età. Il declino della fertilità femminile, infatti, dipende dalla riduzione irreversibile di quantità e qualità degli ovociti presenti nelle ovaie. La fecondità, cioè la possibilità di concepire per ciclo mestruale, come sottolinea l’Istituto superiore di sanità,«subisce un primo calo significativo, anche se graduale, già intorno ai 32 anni, e un secondo più rapido declino dopo i 37 anni, il che riflette una diminuzione della qualità degli ovociti e un aumento dei livelli sanguigni dell’ormone follicolo stimolante-Fsh».

Eppure si tratta di un aspetto che le coppie tendono a sottovalutare, se non addirittura a ignorare. «L’80 per cento delle donne che si rivolge a noi ha più di 37 anni – sottolinea Luca Mencaglia, direttore dell’Unità operativa complessa Centro Pma Usl sud-est Toscana –. L’infertilità delle donne è spesso dovuta alla scarsità della riserva ovarica. Già a 30 anni il patrimonio follicolare di una donna è ridotto di oltre il 50 per cento; a 35 anni rimane solo il 20 per cento; a 40 si riduce al 5 per cento. È una situazione per la quale non abbiamo armi che possano invertire la situazione, neanche con la Pma. Quando vengono da noi moltissime donne rimangono deluse dal fatto di non essere più in grado di avere figli. Noi non possiamo fare nulla. Non abbiamo la bacchetta magica».

L’Avvenire – 15/02/2018